Io Lavoro
Io Studio?

Dialoghi

E’ uno spazio specifico di informazione, di scambio e di confronto con i giovani finalizzato a rispondere a questa domanda: IO LAVORO, IO STUDIO?
Non sono un buon samaritano, sono solo una persona che attraverso lo studio è riuscito a galleggiare nella vita e a fare anche un lavoro appassionante per gran parte della sua carriera professionale. Ora posso fare due cose: o vivere di ricordi o spiegare agli altri come si fa a fare un lavoro che ti appassiona, come si fa a guardarsi dentro e capire se hai delle caratteristiche magari innate che potrebbero servirti come trampolino di lancio per la tua carriera lavorativa. Ma ti devi fermare un attimo, o forse un po’ di più, magari insieme a noi e riflettere su quello che hai dentro che ti potrebbe servire per imprimere una svolta positiva alla tua vita.
Utilizzeremo delle vignette leggere ed immediate finalizzate a lanciare un tema, uno solo di discussione.
Sarà “Daisy” ad accompagnarci e a raccontarci “cose” che succedono nel mondo del “lavoro di sotto” e in quello “di sopra”, ma soprattutto che cosa fare se ci troveremo in difficoltà e come venirne fuori.

Sarà raccontata la verità su queste “cose” che accadono realmente sotto i nostri occhi che guardiamo, ma non vediamo per capire quale la migliore strategia per uscire dai loop in cui probabilmente siamo finiti.
Nella prima vignetta Daisy interagisce davanti ad un bar con il suo amico Bill.
Di fronte ad una moltitudine di ciclofattorini chiede stupita al suo amico “Ma che lavoro e’”?
L’amico gli risponde “Riders! Si finisce così quando ci si affida ad un algoritmo.”

Qui emerge subito una riflessione ma sarebbero questi i nuovi lavori nati dalla rivoluzione digitale?
Quindi per ciò che riguarda la trasformazione digitale non è tutto oro quello che luccica.
Questo, come altri lavori che incontreremo successivamente appartengono a quel “mondo di sotto” che veniva ricordato in premessa.
A ragione Bill a dire che si affidano ad un Algoritmo? Certo è un meccanismo che si attiva quando viene fatto un ordine decide moltissime cose, dai tempi di consegna al compenso, e può essere più o meno neutro.
Gli algoritmi non sono di per ne’ buoni, ne’ cattivi: servono a processare dati con l’obiettivo di organizzare nel modo migliore il lavoro di migliaia di persone e garantire un servizio efficiente e continuo. Il problema è che anche se spesso sono presentati come imparziali e oggettivi, in realtà non sono quasi mai neutri: a seconda di come vengono pensati e sviluppati, infatti, possono rendere il lavoro meno gravoso, anche più umano, oppure introdurre regole che incentivano sfruttamento, controlli pressanti, scarsa sicurezza e basse tutele. Tutto dipende dalle scelte e in definitiva dall’etica delle piattaforme che li sviluppano.

Analizzare a fondo i loro algoritmi è complicato, anzi impossibile, perché sono coperti dal segreto industriale e modificati continuamente: perfino la magistratura non ha accesso a moltissime informazioni nonostante le inchieste fatte degli ultimi anni. Tuttavia, è possibile individuare almeno le regole principali per capire alcuni dei meccanismi che entrano in azione quando si fa un ordine attraverso le app e come viene organizzato e pagato di conseguenza il lavoro dei rider.

Per diventare rider bisogna essere maggiorenni. Dopo aver compilato un modulo online e caricato i documenti richiesti insieme a una serie di autocertificazioni, si deve attendere che la piattaforma esamini la richiesta. Il contratto, inviato via mail, deve essere firmato e caricato prima di ordinare il materiale necessario per le consegne come lo zaino e la mantella. Infine va scaricata l’app a cui accedere con le proprie credenziali.

Ora se finisci in questo loop come ne esci?
Quando una persona fa un ordine attraverso l’app attiva l’algoritmo di consegna, che consente di creare un collegamento tra l’ordine e i rider disponibili. L’ordine diventa immediatamente una proposta di consegna, cioè un’offerta di compenso che compare sotto forma di notifica sullo smartphone del rider.
Questo criterio non si basa sulla distanza in linea d’aria. L’algoritmo propone la consegna al rider che si trova nella posizione migliore a seconda del mezzo utilizzato – bicicletta, moto o auto – dichiarato nel momento dell’iscrizione: per esempio, ci sono casi in cui un rider è più vicino al punto di ritiro, ma impiega più tempo per raggiungerlo per via di ostacoli come ponti o linee ferroviarie. Ogni rider è libero di accettare l’offerta oppure rifiutarla.
Nella vignetta successiva Daisy si ritrova in uno dei grandi siti della logistica e si stupisce di non trovare persone all’interno ma piccoli robot: i Kiva. E’ lecita la domanda: ma i robot ci rubano il lavoro? Sembrerebbe di si!

I Kiva fanno loro il lavoro che prima spettava ai runner, dipendenti che correvano da una parte all’altra dello stabilimento per consegnare a mano i prodotti richiesti.

Il kiva e’ un piccolo androide della forma e dimensione di un grosso pneumatico, sdraiato in parallelo al terreno, che riesce a spostare sulla schiena interi scaffali, per portarli più vicini al magazziniere che a quel punto non ha che da estrarre il prodotto ed impacchettarlo. Ci troviamo di fronte ad una organizzazione del lavoro meticolosa e scandita da quello che viene chiamato il “Sistema”: il misterioso algoritmo che governa ciò che altrimenti sarebbe il caos.

Ma non e’ tutto così le persone che lavorano ci sono ancora quelli che comunemente conosciamo come “Operai di magazzino” vengono meglio definiti rispetto alle funzioni che svolgono quindi sono gli stower, i picker, e i packer che gestiscono il magazzino. Il primo registra la merce in entrata, il secondo la mobilita sugli scaffali, il terzo la impacchetta e invia ai nastri trasportatori, dai quali cade direttamente nei contenitori destinati ai corrieri.

Ci troviamo di fronte ad una organizzazione del lavoro meticolosa e scandita da quello che viene chiamato il “Sistema”: il misterioso algoritmo che governa ciò che altrimenti sarebbe il caos. Tuttavia, anche il Sistema deve per forza coordinarsi con menti e corpi umani: la merce dagli scaffali inizialmente non si muove da sola.
Però anche in questo caso la domanda diventa spontanea ma il “Sistema” che organizza e coordina il lavoro umano e’ lo stesso che coordina il lavoro non umano dei Kiva?
Le persone soffrono perché vengono costrette a diventare macchine!

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